QUELLO CHE SI E'... QUELLO CHE SI FA

Tante volte mi è stato domandato di chiarire cosa fa effettivamente un coach comportamentale.

Intuitivo è identificare l’attività di business coach o di un financial coach; meno immediato è capire “cosa faccio io”.

Le dinamiche che si possono osservare in ogni tipo di colloquio/trattativa sono influenzate da una serie di filtri che, senza nemmeno rendercene conto, utilizziamo nel flusso di comunicazione.

 

Questi filtri sono il nostro bagaglio di esperienze (ad esempio se parlassimo con una commessa e il giorno prima una sua collega ci avesse venduto un vestito orrendo, facendoci credere che ci stesse bene, è probabile che il nostro comportamento ne risentirebbe), la nostra formazione scolastica (un laureato tende a sottovalutare chi ha conseguito il diploma di terza media), la differenza di età (un 60enne guarderà con stupore un manager di 25 anni, un 30enne non prenderà troppo sul serio lo spirito di innovazione di un 70enne), il luogo dove siamo nati (le differenze sociali tra un orientale ed un occidentale spesso portano a difficoltà di relazione), le differenti religioni ecc ecc.

Tutti parametri che, se analizzati ad uno ad uno, sono comprensibili e valutabili a livello conscio e  possono portare da subito, con un’attività di coaching mirata, a migliorare il livello di comprensione e comunicazione.

 

Ma esiste un filtro più forte, quello che crea le percezioni più profonde perché inconsce e questo filtro è quello della PERSONIFICAZIONE DEL RUOLO.

 

Avete mai avuto a che fare con le “mogli di”…?

Insopportabili personaggi che si vantano di successi non propri, solo per il presunto merito di aver accalappiato “un uomo con una posizione”?

O “gli amici di”… quelli che si pavoneggiano dei successi di persone conosciute, a volte addirittura di “amici di amici” solo per il gusto di avere qualcosa di brillante da raccontare?

O più semplicemente tutti coloro che alla domanda “chi sei” rispondono “Sono un manager/dottore/commercialista/avvocato"…

 

Questo è uno dei punti focali, non certo l’unico, dell’attività di coaching: riconoscere le persone che ci stanno di fronte in funzione NON di quello che FANNO, ma di quello che SONO, ossia ESSERI UMANI.

 

E gli esseri umani si muovono, si comportano, agiscono e reagiscono indipendentemente dal loro ruolo sociale, dalla loro professione, ma seguendo delle “regole” comportamentali che dettano il ritmo della vita.

Basta osservare i bambini per rendersi conto di come essi siano “puri” e privi di tutti quei filtri che alterano il comportamento e la malizia di un bravo coach risiede proprio nella sua capacità di leggere la realtà con occhi nuovi, andando ad aggiungere alle nostre competenze conscie quel qualcosa in più che per i “comuni mortali” è assolutamente inspiegabile, poiché istintivo.

 

Qual è il beneficio più immediato di questo aspetto del coaching?

Le aziende sono macchine da guerra votate ai RISULTATI… peccato che i risultati vengano raggiunti dalle PERSONE.

Ed il mondo è cambiato: una volta i lavoratori “sposavano” un’azienda fin che morte li avesse separati… carriere di 40 anni sempre nella stessa realtà!!!

Oggi il mercato del lavoro è profondamente cambiato, il turnover è veloce, trovare personale qualificato è spesso difficile, investire tempo, denaro, competenze per formare un nuovo collaboratore per poi vederlo “scappare” soffocato da un regime dittatoriale di “devo” è una perdita economica.

Coaching significa saper sollecitare le risorse umane verso una collaborazione spinta dal VOGLIO, coaching significa stimolare l’automotivazione, coaching significa sapersi interfacciare al meglio con le PERSONE, siano essi clienti, fornitori, top manager, politici o semplicemente il proprio capo per ottenere ciò che si vuole, coaching significa darsi obiettivi stimolanti e raggiungerli.

In altre parole COACHING SIGNIFICA AVERE UN VANTAGGIO COMPETITIVO VERSO GLI ALTRI.

 

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